Letizia Cariello |

Testi

Libro del silenzio
Letizia Cariello, Milano, febbraio 2020

I 12 libri + 1 sono stati assemblati per mano delle Monache Benedettine dell’Abbazia di Viboldone, a cui mi sono rivolta con una richiesta inconsueta. Ho metaforicamente bussato alla porta di uno dei più importanti laboratori di restauro dei libri, come una pellegrina. Non un qualunque laboratorio, però.

A Viboldone, le Monache Benedettine praticano quotidianamente la Regola del Santo Fondatore che prescrive lavoro silenzioso, ritmato da preghiera e meditazione, ancorato alla fedeltà ad una promessa, gestito nel rispetto di una intenzione: quella per cui ciascuna delle sorelle abbraccia e conferma una dimensione interiore si potrebbe dire secondo per secondo (qualcosa di molto vicino a come intendo la mia pratica dell’arte).

Un libro è occasione di sguardo e di ascolto e possibilità di accogliere nel proprio spazio interiore un Pensiero. Che sia in segni grafico-alfabetici o in immagini è secondario, dal momento che tutto è immagine in un libro: questo ho pensato quando gli Editori mi hanno invitata a pensare ad un mio libro per la loro collana.

Così, volendo costruire e ricostruire poi per altre dodici volte un Libro del Silenzio (non sul silenzio), il posto più coerente dove potessero essere assemblati i fogli per essere materializzati in un libro, è un luogo in cui il silenzio si pratica e si vive, di modo che quella dimensione potesse essere veramente respirata assorbita e custodita nella materiale presenza di ogni oggetto-libro.
Dopo qualche mese di scambi epistolari (elettronici, le monache hanno accettato l’incarico e così, dopo non so quanti secoli, eccole di nuovo a cucire con il filo (rosso) le pagine che ho loro consegnato e rivestire poi questo incunabolo contemporaneo del broccato fornito.

Le pagine del Libro del Silenzio sono di carta serigrafata con il mio calendario. Ho scritto un testo e l’ho trascritto a mano. E così sarà per ciascuno dei dodici libri che seguiranno la prova d’autore. Ci sono petali di rose; spine di rose; fiori pressati; gocce di lacca per unghie rossa; ricami con filo rosso; piume di uccelli; disegni a penna ad inchiostro nera ed a penna ad inchiostro rossa.

Per ciascun libro, c’è una tasca dove è inserita una mia fotografia che ritrae dettagli silenziosi di alcune pitture storiche. Per ogni libro una fotografia diversa. Per ogni volume la storia è uguale ed è diversa. Stessi elementi, formato e numero delle pagine. Stesso racconto, scritto sempre a mano da me. E tuttavia per ognuno dei 12 libri che seguono la prova d’Autore, gli stessi elementi si susseguono in sequenze e organizzazioni ogni volta differenti. Allo stesso modo, ogni libro sarà ricoperto di broccato, ma non sempre lo stesso broccato. Elementi uguali perché appartenenti alla stessa specie, però diversi perché individui. Ogni incunabolo è un individuo che appartiene alla stessa specie: così come si dice delle rose, che sono tutte rose ma ciascuna è diversa.

Una regola sola guida il lavoro ed è l’obbligo della lentezza. O forse sarebbe meglio dire del Tempo adatto . Come si potrebbe dire del silenzio, che in un certo senso si può definire un tempo adatto. All’osservazione, all’ascolto – anche di sé -, alla gestazione di un pensiero.

Seven Gates
Letizia Cariello, maggio 2019

Sono sette finestre. Bifora; serliana; termale; a centina; a timpano; ovale; modernista.

Sono sette perché sette è un numero di tempo. Antico e misterioso. Sette note, sette giorni…( sette nani ?)

Sono sette spazi interiori che creano dei passaggi sui muri chiusi della galleria. Passaggi fra uno spazio interno e uno spazio esterno. Creando passaggi, rimarginano dei legami. Servono a ricostruire delle connessioni perse. A riparare ed a riaprire delle vie.

Nascono dall’amore per il disegno, per l’architettura, per il confine e per il silenzio : questo, infatti, sono le finestre. Sono possibilità di attraversamento in direzioni multiple. Possono essere attraversate con il corpo, oppure con lo sguardo. Di fatto queste finestre, riempite di un intreccio di lana che crea una grata, definiscono tutto quello di cui abbiamo bisogno sia in una casa che nel corpo.

Abbiamo bisogno di guardare fuori.

Un confine, una volta tracciato, lo si può attraversare e una grata non sempre è una prigione: nella cella ( la “camera della mente” di Santa Caterina da Siena ), si torna a se stessi.
«Fatevi una camera della mente dove voi soli possiate andare», un posto protetto da cui osservare. Non solo essere osservati.

Dunque, l’architettura – lo spazio  è sguardo. Il disegno è la matrice del pensiero. La scrittura di una forma. Lo spazio è “castello interiore”, come lo chiama Teresa d’Avila, dentro cui è possibile aggirarsi. Le finestre respirano e fanno respirare una stanza lunga e chiusa.

Le sette finestre sono state disegnate su carta da lucido, a mano libera, perché il corpo avesse il tempo di metabolizzare lo spazio cercando la ur-finestra a partire dalle tipologie più note. Ma se ne sarebbero potute trovare alter. Perché è vero che si chiamano bifore: ma c’è bifora e bifora. E c’è serliana e serliana…così come per ogni cosa c’è un prototipo interiore, preliminare ad ogni azione.

Poi sono state appoggiate alla parete e così, senza nessun colpo di piccone, sono stati aperti degli spazi. I chiodi piantati lungo i profili del disegno, sono sia telaio che andata e ritorno di un tratteggio tridimensionale: cioè l’incrociarsi dei fili di lana a creare un andamento nello spazio e, contemporaneamente, un disegno che si possa toccare con gli occhi e con le mani.
Deliberatamente sono state disegnate a mano libera. Con qualche misura, ma poche. Perché deve essere un braccio che apre, seguendo l’occhio e il pensiero, lo spazio per sè e per altri. Altrimenti sarebbero stati rilievi di finestre. Il che è tutta un’altra cosa.

Una finestra vuol dire una casa. Fino a che non si disegna una finestra, non c’è una casa. Si può fare anche a meno del tetto, ma non della finestra. Ecco, questo è il punto: più che di protezione c’è bisogno di prospettiva, e di prospettive.

Cioè di disegno. Di Castello Interiore.

Joie de vivre
Letizia Cariello, marzo 2018

Joie de vivre è un progetto che cerca di rendere visibile quella che Caterina da Siena chiamava “la camera della mente”, intendendo con questo un luogo fisico nel quale si identifica uno spazio interiore.
Le fotografie vintage provenienti dalla collezione di Cristiana Carminati sono oggetti della memoria, sia per la loro età, sia perché raccontano fatti avvenuti in un certo tempo e luogo, e coinvolgono persone di cui conosciamo non solo i nomi, ma anche l’epilogo tragico delle loro storie di vita.

Qui tuttavia, apparentemente, non è rappresentata la fine. Questo è l’antefatto del progetto: ricevo da Cristiana delle reliquie e un racconto. Il risultato è costituito da una serie di opere che ri-presentano in un nuovo unicum la ‘reliquia’ iniziale insieme a una sua copia conforme. Quest’ultima, stampata su carta Hahnemühle, è dotata di un polmone di bianco e di interventi con materiali vari e diversi fra cui ricamo a filo rosso, lacca per unghie rosse, applicazioni di spine di rose, piume, perline, spille, bastoncini dorati e altro ancora

Le due foto sono unite in una costruzione finale realizzata affiancando la foto-reliquia (appoggiata su una carta da parati francese dipinta a mano, della stessa epoca della foto) alla sua copia riprodotta, in un montaggio che riproduce la forma di un cassetto, con tanto di maniglia a fianco. Una sorta di cassetto della memoria: uno dei tanti – forse – che abitano la “camera della mente”.Così, nell’opera definitiva, la fotografia è insieme oggetto e veicolo di immagine. Vale cioè per se stessa e per la sua funzione, ma è infinitamente di più della sua stessa funzione. Presenta ciò che rappresenta e contemporaneamente mette sotto gli occhi di chi osserva, e dialoga, con Joie de vivre, una relazione fra spazio interno e spazio esterno, che altro non è che la metafora del tempo.

Da sempre intendo il mio lavoro come ascolto e aiuto. Per questo ho guardato a questi ‘pezzi’, a questi oggetti, come a come presenze materiali in grado di traghettare fino a noi dei messaggi in bottiglia. Le fotografie, infatti, diventano oggetti di memoria nel momento stesso in cui vengono scattate. Perché l’immagine che fissano, nell’attimo esatto dello scatto, è già tempo trascorso.

Il progetto Joie de vivre è stato condotto cercando di ascoltare le immagini e il carico emotivo racchiuso in ogni scena. Ho percepito ogni “quadro” come una richiesta di terminare frasi interrotte. Usando il filo rosso ho cercato di rendere evidente un campo emotivo con la capacità che hanno i materiali e le immagini di concentrare in sé diversi livelli di comunicazione e di significati, oltre alle didascalie e alle descrizioni. Ho aggiunto altri materiali ma non l’ho mai fatto in modo decorativo. Anzi, ho adottato un rigore durissimo nel capire quali oggetti andassero aggiunti, come e dove.

Ho perseguito l’intuizione di un’opera libera dalle definizioni tecniche che rispettasse la natura della fotografia come presentificazione di un oggetto interno, così come oggetti interni sono le emozioni e i sentimenti: elementi cardine che guidano ogni messaggio finale. Nella loro presenza materiale ci sono opere che sono sia installazioni, che assemblages, che fotografie. La prima “reliquia” è presentata in un cassetto singolo con maniglia in testa, su carta da parati a righe vintage e con intervento diretto con ricamo rosso sulla foto originale: è la “madre” del progetto, da cui sono nate le altre venti coppie – di originale e suo ‘rimbombo’ – presentate per la prima volta in occasione di MIA.

Si tratta di veri e propri cassetti della memoria, sia in senso letterale che simbolico, e mantengono intenzionalmente la tensione fra le due dimensioni per poterla condividere e rivivere nello sguardo di ogni “ascoltatore “dell’opera.

Volumi
Letizia Cariello, novembre 2017

Volumi è un progetto sulla geometria ispirato alla idealizzazione dello spazio geometrico che si è affermata nel rinascimento grazie al recupero della dimensione filosofica della geometria che aveva caratterizzato l’antichità greca.
Questo progetto nasce dall’evoluzione di una mia prima riflessione sulla cornice, sul suo valore e sulla necessità di predisporre per le mie fotografie delle cornici che fossero ,più che montaggi, strutture scultura cioè pezzi di arredamento come un tavolo o una sedia e, soprattutto, degli elementi mediatori fra lo spazio tridimensionale tangibile degli spettatori e lo spazio tridimensionale metaforico delle mie fotografie.

Le cornici-struttura sono diventate delle finestre che, come un tempo nelle pitture del rinascimento italiano e poi nelle pitture fiamminghe e nord europee, saldano il disegno, la pittura, la fotografia, alla tridimensionalità della stanza e in questo modo creano una continuità fra lo spazio mentale e quello fisico: esattamente quello che io cerco nel mio lavoro: la relazione fra spazio interno e spazio esterno come metafora del tempo.

Proseguendo in questo studio, ho cominciato a disegnare dei plinti che sono solidi ispirati da un lato agli studi matematico geometrici di Luca Pacioli (De divina proportione) e alle riflessioni disegnate nel De prospectiva pingendi di Piero della Francesca, e dall’altro ai capitelli delle chiese gotiche del nord Europa.

I volumi sono pensieri sullo spazio che vengono trasportati però nella dimensione domestica: infatti sono pensati per essere installati in ambienti non monumentali.

Possono essere composti fra loro in sequenze di modelli uguali o differenti. Possono essere installati da soli, così come sono, oppure fingere da piedistallo per oggetti che vengano appoggiati sul piano orizzontale, alla sola condizione di essere in  coppia: due bicchieri due vasi con fiori ( anche diversi ) due brocche etc etc.

L’opera è dinamica, cioè  la coppia di oggetti installata sul Volume non è vincolante. Ne nel tempo della sua permanenza sul plinto ( che diviene piedistallo ) ne nella scelta. Raccomando di installare i volumi un poco in alto, così da dover sollevare appena il mento per osservarli.

Law is Art
Letizia Cariello, luglio 2014
Le opere raccolte per il progetto presso lo Studio Lega Colucci, nell’apparente varietà di linguaggio, rappresentano tutte uno stesso tema, che è il centro della mia ricerca. M’interessa concentrarmi sulla relazione fra il tempo e gli oggetti e sempre più m’interessa prendermi cura del tempo e degli oggetti.

Quello che è esposto è uno stratagemma di contemplazione della realtà che, attraverso una domanda sul tempo, sottintende una domanda sull’effettiva esistenza del reale.

Così come nel Seicento i pittori olandesi hanno imparato a seguire il passare della luce sulle cose, la trasformazione dei corpi che avviene inesorabilmente sotto i nostri occhi a una tale lentezza che crediamo di osservare scene ferme, gli oggetti presentificati nelle mie fotografie ricamate ed estratti dalla scena del reale negli altarini, sono strappati per un istante al fluire del tempo.

Il filo di lana rossa li aiuta e li cura, nei punti in cui vedo affiorare la fragilità. L’altarino, come una reliquia, li mette al sicuro. Le cornici non sono un sovrappiù al lavoro: esse partecipano al compito di prendersi cura di quella porzione di mondo che è nelle foto. Per questo le ho disegnate apposta e non si da foto senza cornice. Essendo infatti anche le foto delle cose a loro volta. Così mi pare diventi possibile guardarli con tempo rallentato, come in un fermo immagine alla Barry Lindon.

I calendari e i ricami sono altre spoglie sotto cui si materializza il tempo. I puntini rossi ricamati sono un ritmo che proietto visivamente sul lenzuolo e poi ricamo, come un battito del cuore figurato. I calendari li scrivo a penna sul lenzuolo o li incido nel ferro. Sono i nomi dei giorni della settimana e i numeri delle date. Sempre del tempo futuro, quello che manca. Qualcuno dice che sembrano i tronchi degli alberi tagliati. Ma non li ho scritti così apposta.
Excercises
Letizia Cariello

Si tratta di una serie caratterizzata da file di puntini rossi su tela ricamati e poi montati su telaio.

Si chiama “excercises” perché rappresenta la risultante di un faticoso esercizio performativo costituito da procedimento attraverso cui viene realizzata l’opera.

Dopo aver steso la stoffa sul pavimento senza utilizzare strumenti di misura di alcun tipo, stabilisco la dimensione dello spazio che separerà un puntino dall’altro, questo intervallo risiede solamente nel mio occhio interno e lo riporterò verificando solo con l’aiuto dello sguardo l’uniformità delle distanze fra i puntini rossi e il parallelismo fra le righe di puntini che vengono a delinearsi una sotto l’altra con il procedere dell’esercizio.

Il processo di segnatura delle sequenze in fila dei puntini avviene una volta che il ritmo della mano che appoggia la punta di un pennarello rosso a segnare ogni puntino va in sincronia con il ritmo del mio respiro a sua volta sincronizzato con il battito del cuore mentre lo sguardo deve restare puntato sul calibro della distanza decisa prima di iniziare l’opera e fissata come dato della vista interna.

Ogni correzione e aggiustamento della posizione dei puntini è volto a evitare perdite della linearità retta della sequenza in riga e della regolarità e precisone delle distanze fra i puntini. Le correzioni sotto forma di altri puntini vicini a quello di cui si vuole correggere la posizione vengono segnate con lo stesso pennarello.

Errori e puntini nella posizione corretta vengono infine tutti ricamati a tela non ancora fissata sul telaio nella fase successiva della performance che condurrà all’opera finale.

La fase del ricamo è un’altra delle operazioni che non posso delegare ad altri e rientra nella
partecipazione fisica e respiratoria nonché ritmica delle funzioni vitali del mio corpo che entrando in risonanza con il tracciato dell’opera vengono letteralmente trasferite sulla materialità del lavoro finale. Come il cuore batte ad un certo ritmo e il respiro e il battere delle ciglia e ogni funzione del corpo materico e di tutti gli altri corpi avviene secondo un ritmo e una cadenza che è anche musica. Ecco perché si chiamano “excercises” queste performances su tela.

Una volta finito il ricamo, sempre io monto sul telaio che ho fatto costruire apposta la stoffa ricamata. Riservo a me queste operazioni perché rappresentano delle possibilità di micro-decisioni che accompagnano l’equilibrio dell’opera come le oscillazioni dell’asta accompagnano il cammino del funambolo ogni volta che mette i piedi sulla corda. Incredibilmente l’opera risponde con la sua parte posteriore. Il retro della tela che sembra a tutti gli effetti il tracciato di un elettrocardiogramma.

Neighborhood
Letizia Cariello, Basilea, giugno 2007
Le gabbie sono piccole architetture, case traforate esposte a tutte le correnti. Stanze leggere tutte attraversate dalla luce. Questi sono quartieri e non hanno la parete di fondo. Sono appese in alto. E’ un pensiero sull’architettura come la vedi dal treno arrivando nelle città, come la ricomponi nella tua testa dopo un viaggio. Chissà se l’antica abitudine di portarsi dietro una gabbietta, non sia nata dal desiderio di ricordarsi che bisogna continuamente smontare il fondo delle cose.